Grotta del Romito

La Grotta del Romito (Papasidero, Cosenza) è uno dei più importanti giacimenti paleolitici italiani, frequentata quasi ininterrottamente nel Paleolitico a partire da 24.000 anni orsono e in seguito anche nel Mesolitico e nel Neolitico.

È localizzata all’interno del Parco Nazionale del Pollino che dal 2015 fa parte della Rete Mondiale UNESCO dei Geoparchi.

Ha restituito un’importante sequenza delle culture del Paleolitico superiore al cui interno vanno segnalate, tra l’altro, sette inumazioni in fossa (9 individui in tutto). L’importanza della grotta è legata anche ai due grandi massi incisi, uno dei quali con la maestosa figura di uro (Bos primigenius).

Dopo una prima stagione di scavi ad opera di Paolo Graziosi (1961-68), dal 2000 sono in corso indagini pluridisciplinari affidati a Fabio Martini dalla Soprintendenza Archeologia della Calabria, coordinati dall’Università di Firenze in collaborazione con il Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria.

Guarda: Il prof. Fabio Martini racconta la Grotta del Romito

Riparo Romito-Belvedere

A breve distanza dalla Grotta del Romito, lungo la stessa parete rocciosa, è localizzato un riparo sotto roccia con deposito archeologico che è attualmente in corso di scavo.

Le prime ricerche hanno messo in luce una sequenza stratigrafica che vede alla sommità livelli di età romana, i quali ricoprono uno potente strato più antico (età del Bronzo) che documenta la pratica della deposizione collettiva di resti umani, depositati in modo caotico dopo la decomposizione delle parti organiche.

La sepoltura di un unico defunto, il cui scheletro è stato rinvenuto pressoché integro (manca il cranio), è stata allestita lungo la parete del riparo, protetta con grandi lastre calcaree.

Grotta del Cavallo

La grotta, che si apre all’interno della baia di Uluzzo (Nardò, Lecce), è stata oggetto di indagini da parte di Arturo Palma di Cesnola negli anni ‘960 e dalla fine degli anni ‘970 l’Università di Siena vi conduce regolari campagne di scavo che sono tuttora in corso (responsabile Lucia Sarti). Il Museo Fiorentino di Preistoria collabora a queste ricerche insieme all’Università di Firenze.

Grotta del Cavallo è uno dei più importanti siti paleolitici dell’Italia meridionale. La sequenza stratigrafica comprende una potente serie del Paleolitico medio (Musteriano) compresa tra circa 150 mila e 40 mila anni fa, una fase di occupazione del Paleolitico superiore arcaico (Uluzziano, 40-30 mila anni fa) e, dopo una lacuna cronoculturale, una lunga fase relativa alla fine del Paleolitico (Epigravettiano di facies romanelliana) e del Mesolitico (Epiromanelliano).

I livelli musteriani hanno restituito tre pietre con linee incise, i livelli più recenti hanno dato circa 70 blocchetti calcarei un figurazioni zoomorfe e soprattutto geometriche e lineari.

Tosina di Monzambano

Nel cuore dell'anfiteatro morenico del Lago di Garda è ubicato il sito di Tosina di Monzambano (Mantova), un abitato neolitico del V-IV millennio a.C. riferibile in larga parte alla Cultura Chassey-Lagozza a cui si associano elementi della tarda Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata.

L’insediamento, che si sviluppa su una superficie di circa 5 ettari, è disposto sui versanti di un basso rilievo collinare prospiciente aree un tempo paludose, oggi bonificate, che costituiscono una sorta di difesa naturale attorno al sito.

Le ricerche sistematiche di scavo e di studi pluridisciplinari sono iniziate nel 2007 e dal 2017 sono condotte dal Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria (responsabile R. Poggiani Keller) in collaborazione con l'Università di Firenze (responsabile Domenico Lo Vetro).

Poggio di Spaccasasso

Il sito documenta una complessa pratica funeraria risalente alla fine dell’età del Rame (tra 3.700 e 2.800 a.C.) a alla prima età del Bronzo (1.900-1.700 a.C.) impiantata su una cava di cinabro in uso già alla fine del Neolitico (4.500-4.300 a.C.).

Della coltivazione mineraria sono stati individuati i fronti estrattivi e l’area di lavorazione.

Gli impianti funerari, avviati dopo la cessazione dell’attività estrattiva, sono molto articolati e comprendono un recinto-ossario, una piattaforma ad esso esterna, strutture di consacrazione dell’area di deposizione dei resti umani che è stata via via sistemata.

Significativi i reperti ceramici, litici, gli ornamenti e i metalli. Il sito è stato occasionalmente frequentato in età romana-tardoantica e anche in epoche recenti.

Ricerche regolari e sistematiche sono in corso da parte dell’Università di Siena dal 2007 (direzione Nicoletta Volante), con la collaborazione dell’Università di Firenze e del Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria.

Ossimo-Pat

Il santuario megalitico di OssimoPat (Brescia), oggi sito UNESCO, inserito in un paesaggio rituale di grande suggestione, è stato in uso dalla fine del Neolitico alla prima età del Bronzo, cioè dalla metà del IV ai primi secoli del II millennio.

Al suo interno si snoda un allineamento di oltre 30 stele e massi menhir incisi, sui quali sono raffigurate armi (pugnali, asce, alabarde) che rimandano a simbologie maschili, insieme a ornamenti della sfera femminile, come il pendaglio a doppia spirale.

Lo studio delle incisioni rupestri, attualmente in corso, fa ritenere che questo fosse un luogo cerimoniale dedicato al culto degli antenati, rappresentati sulle stele. Alcune di esse sembrano essere state abbattute, spezzate, manipolate e riutilizzate secondo un preciso rituale.

Il Museo insieme all’Università di Siena collabora allo scavo che è affidato all’Università di Firenze (direzione Raffaella Poggiani Keller).

Scarceta

Scarceta (Manciano, Grosseto) è un centro abitativo e artigianale che risale all’età del Bronzo, localizzato sulle rive del Fiume Fiora.

Le prime ricerche, avviate negli anni ‘970 dall’Università Statale di Milano, sono state riprese dopo un lungo intervallo da Raffaella Poggiani Keller.

Le indagini sono oggi concentrate su una grande “capanna”, la più rappresentativa ed estesa tra numerose altre strutture abitative che si distendono all’interno del bosco di Scarceta. Di particolare interesse è un’area destinata all’artigianato metallurgico.

Il Museo collabora alle indagini pluridisciplinari a fianco delle Università di Siena e di Firenze.

Giordania


Dal 2020 il Museo partecipa alla missione scientifica in Giordania condotta dall'Unità di Archeologia Preistorica dell'Università di Firenze con apposito finanziamento del Ministero degli Affari Esteri (MAECI). La missione, che si avvale del supporto del Nabatean Center for
Archaeological Studies della Al-Hussein Bin Talal University, ha come obiettivo quello di avviare una ricerca sul popolamento umano della Giordania meridionale durante il Paleolitico. Il progetto si configura come una ricerca interdisciplinare volta a valutare, attraverso ricognizioni sul terreno, le evidenze riferibili alla frequentazione dei cacciatori raccoglitori del territorio del Governatorato di Ma'an. Le ricerche sul campo coinvolgono docenti e ricercatori di vari settori (archeologia, archeozoologia, geologia) dell'Università di Firenze con la partecipazione di laureandi e dottorandi dell'Università di Firenze. Per l'anno 2022 le ricerche si concentreranno nell'area di Udhruh (nord-ovest di Ma'an).

 

Grotta delle Veneri

Grotta delle Veneri situato all’interno del Parco Archeologico di Parabita (Lecce) è uno tra i più importanti siti preistorici dell’Italia meridionale.

 

A seguito del ritrovamento di due statuette in osso (Veneri) attribuite al Paleolitico superiore il sito fu oggetto di ricerche e scavi sistematici ad opera dell’Università di Pisa tra il 1966 e il 1972. Gli scavi effettuati sia nella grotta interna che nel riparo antistante la grotta misero in luce una sequenza che si estende dal Paleolitico medio fino all’età del Bronzo. Le ricerche portarono inoltre alla scoperta una sepoltura bisoma del Paleolitico superiore e a numerosi oggetti di arte mobiliare ascrivibili al Mesolitico.

 

Nel 2021 sono riprese le ricerche archeologiche da parte del Dipartimento SAGAS dell’Università di Firenze (responsabile scientifico Domenico Lo Vetro) in collaborazione con Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria, Università del Salento e Università di Siena e il supporto dell’Amministrazione comunale di Parabita. Le nuove indagini si inseriscono in un più ampio e pluriennale progetto di ricerca finalizzato alla valorizzazione del sito, in collaborazione con il Comune di Parabita e la locale Soprintendenza ABAP, che prevede inoltre il ripristino dell’apparato informativo e dei percorsi di visita attrezzati per la fruizione del sito da parte della popolazione locale e dei turisti.

Riparo di Vado all’Arancio

È uno dei più importanti siti paleolitici dell’Italia centrale, localizzato presso Massa Marittima (Grosseto) e indagato da Francesca Minellono per conto di Paolo Graziosi tra il 1969 e il 1973.

Nella sequenza stratigrafica, per quanto non estesa, sono state messe in luce una cospicua produzione litica, due sepolture (un adulto e un bambino) e una ricca serie di incisioni su osso e, in un caso, su lastrina di calcare. Le datazioni radiometriche rimandano la frequentazione del sito tra 11.000 e 11.600 anni fa, nella fase finale dell’Epigravettiano.

Le produzioni litiche indicano una tradizione tecno-tipologica tipica dell’Italia centrale, mentre le incisioni mostrano come la Toscana fosse inserita in un circuito artistico paneuropeo che ha influenzato intorno a 11 mila anni fa l’Italia centro-settentrionale, mentre nel Mezzogiorno prendeva campo una tradizione più locale.

Dal 2020 l’Università di Siena-Dipartimento di Scienze storiche e dei Beni culturali ha ripreso scavi sistematici, in collaborazione con il Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria e l’Università di Firenze-Dipartimento SAGAS.